| Philippe Nemo :Che cos'è l'Occidente |
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| sabato 28 aprile 2007 | |
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Leggendo il libro di Philippe Nemo - che per la sua solidità storica e teorica è certamente destinato a lasciare il segno - si capisce come il tratto che ha profondamente caratterizzato il Vecchio Continente sia stata la progressiva affermazione di un principio: consentire la manifestazione del maggior numero possibile di idee, valori, visioni del mondo compatibili tra di loro. Un processo che è andato avanti nei secoli, ma in modo tutt’altro che lineare e indolore: è bene non dimenticare che solo sessant’anni fa nel cuore dell’Europa, dove oggi sono le istituzioni comunitarie nelle quali i popoli europei decidono insieme i loro destini, Europei sterminavano altri Europei la cui unica colpa era quella di avere altre idee. Se alla base di quell’ordine spontaneo chiamato Occidente basato sulla tolleranza ci sono quelli che un po’ provocatoriamente Nemo chiama i cinque “miracoli”, allora risulta evidente come la nostra identità di Europei sia l’esito dell’incontro tra la tradizione greca e quella cristiana. Dall’antica Grecia l’Occidente ha ereditato l’antidogmatismo, la ragione critica, la conoscenza come ricerca continua, la discussione critica e pubblica come strumento per la risoluzione del problemi, il pluralismo politico ed economico, l’apertura alle diversità. Dal Cristianesimo abbiamo invece ereditato la rivoluzionaria idea che bisogna “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, e cioè che il sovrano non è Dio, che nel mondo degli affari umani non c’è posto per punti vista esclusivi, valori universali, verità rivelate e quindi per interpreti privilegiati - in nome di Dio o della Ragione - della storia umana. Distaccando il mondano dal divino, desacralizzando e deassolutizzando ciò che è umano, il Cristianesimo combatte l’idea che la “perfezione” possa appartenere a questo mondo. Ma proprio perché desacralizzato, il mondo umano diventa mondo “storico”, che l’escatologia biblica trasforma nel luogo e nel tempo della redenzione, nella lotta contro il male. In questo modo, dopo aver espunto l’idea di perfezione si introduce nell’ordine mondano l’idea di “perfettibilità”, si elimina il mito utopico di una società perfetta, per aderire al principio pragmatico dell’eliminazione progressiva delle miserie. E proprio nella rinuncia alla perfezione (e più in generale alla “presunzione fatale” di una conoscenza assoluta di ciò che è bene e ciò che è male) in nome della perfettibilità, consiste la vera essenza della democrazia. Se la desacralizzazione del mondo naturale e l’antidogmatismo hanno favorito la nascita della scienza, la storicizzazione del mondo umano ha prodotto la laicizzazione del politica, la creazione di uno spazio pubblico di discussione critica per la risoluzione dei problemi comuni, nel quale non c’è posto per punti di vista privilegiati e quindi anche per dogmi di fede. Proprio per questo l’Occidente non ha conosciuto la teocrazia. Se consideriamo che l’Europa ha ereditato da Atene la convinzione che il dogmatismo impedisce l’avanzamento delle conoscenze e da Gerusalemme che in fondo gli uomini sono tutti uguali, che hanno tutti un’anima la quale li rende perennemente inviolabili e che per ognuno di essi c’è una distanza infinita che lo separa da Dio, si capisce come in Occidente si sia potuta affermare l’idea che la critica sia di per sé un valore, a una condizione: che sia “ad rem” e mai “ad personam”, che vengano criticate le idee e non le persone che le sostengono. E’ dunque da questa storia - di cui Nemo ci offre una illuminate interpretazione - che viene fuori quella che già Strabone chiamava “una nazione dai cento volti”, quel relativismo etico e quell’idea di fallibilità della conoscenza che sono alla base della ricchezza morale e materiale dell’Europa. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 28 aprile 2007 ) | |
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